martedì 7 aprile 2015

Sull'ipotetica equivalenza di vita e di morte


Vita e morte non possono essere equivalenti, come non lo sono tutte le realtà in opposizione tra loro che, però, divengono una complementarità quando osservate da una visuale più elevata. Complementarità che è destinata a risolversi nell'unità dalla quale i poli in opposizione apparente sono stati generati. Affermare la loro equivalenza, e un loro presunto isomorfismo, significa credere che tutte le opposizioni siano equivalenti nella forma e nella sostanza, mentre vita e morte costituiscono due realtà che si specchiano una di fronte all'altra, ognuna di esse capovolta nel confronto con l'altra. Quello che si deve dire, invece, è che ogni nascita corrisponde a una morte avvenuta su un diverso e contiguo piano di realtà, e a ogni morte corrisponderà una successiva nascita su un altro e diverso piano, anch'esso contiguo, di realtà. L'esistenza può essere simboleggiata da una spirale tridimensionale e ogni sua sezione orizzontale determina un piano di realtà. La spira che entra nel piano considerato corrisponde alla nascita, e anticipando il piano non può essere decisa da chi nasce su quel piano. La porzione di spira che uscirà dallo stesso piano, essendo all'interno di quello potrà essere decisa da chi muore, ma non potrà essere arrestata. Infatti si può decidere di morire, ma non di evitare la morte. Le due condizioni opposte mostrano che nascita e morte non sono realtà tra loro isomorfe, perché il non poter decidere di nascere ha in opposizione il poter decidere di morire. Spero di aver chiarito sufficientemente le ragioni di principio per le quali vita e morte non siano da considerarsi equivalenti, perché per esserlo dovrebbero condividere le stesse caratteristiche sullo stesso piano di realtà, e come ho appena illustrato... così non è.

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